21/01/2010
a te che mi sei cara, ovunque tu sia
In questa notte nuda di parole
come un angelo cancelli il mio dolore
nella grazia tremante del tuo sguardo.
Anche se questo esilio mi apparterrà per sempre
la tua dolcezza è un’anima,
un lampo acceso nel destino,
una carezza deposta nel mio cuore
più forte del vento solitario
che vi respira dentro.
Lo so che un’ombra ci separa,
che questa luce è fragile
come certi lucignoli che scuote
la brezza leggera d’autunno,
ma il tuo sorriso forse l’ha scritto Dio
nel mio destino.
(Roberto Carifi dal libro OCCIDENTE – edizione Crocetti, Milano 1990)
20:30
Scritto da : sallucius
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06/01/2010
sul treno
03/12
treno IR delle 5e29 per Milano: puntuale
l’umanità delle 5 che frequenta silenziosa gli atri delle stazioni, i treni
strade bagnate, lampioni
qualche rumoroso “abitante della notte” che rientra (?) a casa da chissà quale avventura o parte o…?
odori di tabacco e povera gente, storco il naso
unghie lunghe e un po’ sporche, cerotto, viso assorto, perduto in “pensieri da treno”, una “filosofia ferroviaria”
oggi il mare è tempestoso: mosse lente da fiera, potenti, implacabili, ruggisce
e il vento sparge a fumo le spume dell’onda, una nebbiolina incazzata
“Allerta 1: Condizioni meteo avverse. Attenzione!”
grida un cartellone stradale prima di Brignole, su corso Gastaldi
chi prende il treno a quest’ora, di sabato mattina un treno per Milano?
Spesso mi sono chiesto cose così, come la precedente… ma anche: chi abita case così, chi ci sarà dietro le luci di quella costa lontana… chi, com’è, che fa
E come inafferrabile nostalgia per una stella lontana inarrivabile
“Posto riservato ai non deambulanti”
A Principe, rose in secchi e borsoni, un dialogo a voce alta su cellulare in lingua altra
Una frontiera!
Una frontiera in movimento, che si sposta e scivola, che puzza di treno, che sali da un posto e scendi al confine con un altro
E nel frattempo sei in moto tu, le radici, i rami e tutto il resto rimasto in essi impigliato
Frontiera impersonale, mossa dall’invisibile, da necessità, da altro
E dai medesimi arrestata
Uno spaziomondo tra luoghi capace di arrestarsi come sospeso tra uno sbuffo e un suonoschiocco di porte che rinserrano
Luci sui binari
Non freddo non caldo non vuoto non luogo
Non me non te non altro no sé
Galleria: da dove a dove e attraverso che? Come la morte
E improvvisa, per giunta!
C'è un posto caldo nel mio cuore, quelloi di intimi e protetti
Che mi proteggono dal gelo, dai rischi dei non luogotempi
Un rifugio di rifugiati
Ma anche un rifugio di impertinenti implumi, di inesperti cocciuti, di saggi inevidenti
“Tirare” scritto sulla porta tra gli scompartimenti: invito, ordine, supplica, speranza, impegno, sussurro, grido muto, inevitabilità, sospiro, sollievo, efficienza…
ora corre, il treno; lievi ondeggiamenti, ora marcati come minuscole escrescenze sulla lucida liscievolezza del binario, piccoli gradus e rulli di tamburi, ora rallentano, lievi sobbalzi sull’asse verticale, non solo sagitta-sagittale…
di colpo: Neve! Ovunque e con un’ovvietà sconcertante
“Lavori in corso. Tenax”: una griglia divisoria in plastica arancio, a cerchi
neve e lavori a Ronco Scrivia
ora si riprende a scivolare, la transiberiana dei poveri nella taiga di sogno dello Scrivia, paesini, luci nel buio, una parvenza di modernità, buio e neve
pare di sentire pro-fumio di stufa accesa
neve anche sui fili dell’alta tensione accumulata
e i nomi di Michele Strogoff!!
Omsk, Tomsk, Irktusk, Novosibirsk, Krasnoiark, Celiabinsk
Un viaggio attraverso la terra degli sciamani e non come corriere dello zar
Un serpe che scivola nella notte e fra la neve
Come nei meandri della terra
E sa dove andare
Rumori sordi: forse si sta facendo strada nella neve
Oh, come un rompighiaccio nell’Artico!
Scendono borsoni nella neve in questa stazione seppellita… anzi, no, risalgono, passano pelli e pellicce: non solo povera gente sulla transiberiana, transcriveriana, transcriviariana
In slitta Dersu Uzala qui, da qualche paesino dei monti dell’Atlante, avrà mai visto tanta neve al suo paese?
Mi guarda forse insospettito dai miei sguardi
Slitte monoposto appaiate, così vicini così lontani, buio ostinato il cielo, luci d’auto, cartelli, lampioni, tutti affogati nella neve
Lapponi, cani e renne nel lungo inverno buio dell’Artico, carne salata e pesce secco
Ma ecco un “parcheggio” di vagoni addormentati e ricoperti come una cialda
Dersu si è sporto a vedere il cartello: è la sua fermata e scende e scendono razze varie e salgono utenti della normalità: il treno torna alla sua veste consueta, un IR per Milano in un dicembre qualsiasi
Ora, di colpo, il colore del cielo! Da nero a blu scuro con riverberi d’alba e neve
Come di colpo fa anche più freddo e il primo apparire sotto le coltri del buio sussurra squallore, leopardiano grigiore e consuetudine, marxiana oppressione di un lavoro che non dorme mai, un brontolio allo stomaco, l’esigenza della pagnotta e ancora “Tirare”
Ma anche “Spingere”
È appena ripassato un mongolo in vesti occidentali, coda ai capelli crespi, lo sguardo un po’ opaco, quasi tossico e… transiberiana profana, dissacrata dall’alba e dal progresso, si cela, si svela, si sputtana, svende le pelli del suo tempio e uccide per sempre Animali totemici
Out of Tuva, Out of Tuva, Out of Tuva, out of: ah, stantuffi di Transiberiana!
Se fossi un poeta e un cantante, comporrei e canterei di questi mondi uccisi, cui, qui da noi, son rimaste malattie, follie, ottuserie, le strade le vizio, della droga e del sesso, …del teatro!
Scendono anche i fiori e sale qualcuno, uomo d’affari ben vestito, parla “da solo”, con un interlocutore invisibile seduto avanti a lui… parla agli spiriti del cellulare nascosto…
Dopo Dersu, il mongolo e l’uomo dei fiori ecco l’uomo che… “parla con gli spiriti”! ancora coriandoli di sacro su questo Ir-Treno, ponte, slitta, serpe e psicopompo che ci traghetta tutti a meta certa
Sicuro, ineluttabile, impersonale
19:30
Scritto da : sallucius
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25/12/2009
favola d'anima
C'era una volta in un paese sui monti Azzurri una bellissima fanciulla senza genitori, abile tessitrice e d'animo squisito. La giovane donna che si chiamava Desirée si trovò ben presto affetta da una terribile malattia che le deturpava il volto come una cicatrice; aveva consultato diversi medici ma senza successo e aveva presto smesso di uscire, lavorando in casa, facendosi recare lì la spesa e quanto le serviva da una domestica, nascondendosi dietro pesanti tende all'arrivo degli altri o velandosi il viso fino agli occhi, coperti da grandi occhiali scuri, se proprio doveva mettere piede fuori di casa. Aveva anche tolto dalle pareti tutti gli specchi e reso opache tutte le superfici brillanti, per non vedere il suo volto sfigurato e rinnovare il suo dolore. Era davvero una straordinaria tessitrice e la gente faceva miglia e miglia di strada per ammirare i suoi tessuti di grandissima finezza, e farsi confezionare un abito da sposa contrappunto di stelle, uno scialle di seta con delicate fioriture, una parure di lenzuola in lino prezioso. La sua fama di tessitrice si sparse in quella regione, contemporaneamente al mistero che circondava la sua persona e che alimentava le fantasie più sfrenate e i più fastidiosi pettegolezzi. Desirée soffriva tuttavia profondamente di questo mondo opaco in cui si era chiusa e sognava il mondo aperto e una bellezza ritrovata, anche se non aveva il coraggio di mostrarsi in pubblico altrimenti che per il tramite della sua opera di tessitura. Una mattina mentre svolgeva i suoi consueti lavori, le fu recata una busta con un bigliettino che diceva così: "Conosco il tuo dolore e il segreto per curarlo; vieni nel bosco e cercami ché ti aiuterò". Al biglietto non seguiva alcuna indicazione o firma ed era vergato in una scrittura malferma, come di anziano non aduso alla penna. Perplessa e affascinata, Desirée resistette tutto quel giorno all'invito, che la attirava ma che insieme la spaventava: Io uscire, con questa faccia terribile? Andare in un bosco, da qualche sconosciuta persona, da qualcuno che sa come sono? E come lo sa? E come posso lasciare tutto così?". Di questo tenore e d'altro più angoscioso erano i pensieri che mulinavano nella testa della nostra, lasciandola esausta e impedendole il sonno e la pace. Così si decise e, d'impulso, all'alba della mattina seguente partì per il bosco, lasciando alla domestica il compito di badare alle sue cose fino al suo ritorno.Camminò spedita ma una volta addentratasi nel bosco si rese conto della strana follia di cercare qualcuno senza sapere chi sia, senza un appuntamento o un dove, senza un criterio, e stava per fare dietrofront quando udì una voce che cantava, una voce di anziana donna, flautata, eppure intensa, poco lontano. Eccola infatti, stava stendendo panni in una radura appresso ad una capanna. L'Anziana si volse verso di lei e la accolse con un sorriso e un dolce gesto, come stesse aspettandola; appena entrata la invitò sempre in silenzio a sedersi e le porse del latte e del pane per la colazione. L'Anziana intanto continuava a cantare sottovoce non so quale antica melodia e Desirèe avrebbe voluto farle mille domande ma le sembrava di essere diventata muta e sentiva di stare bene in quel luogo, avvolta da musica, natura, silenzio. Serena e vigorosa, dopo i panni, l'Anziana del bosco si occupò - sempre cantando sottovoce - della legna, dell'acqua e di tutte le faccende di casa ma anche di un orticello rigoglioso dietro la capanna. Desirèe non riusciva a parlare ma si sentiva talmente a suo agio che di lì a poco si addormentò e dormì profondamente per l'intero pomeriggio con una pace che non sperimentava più da anni. L'Anziana si assentò nel primo pomeriggio e tornò sul far della sera con il grembiale colmo di foglie carnose, verde smeraldo; le pestò in un mortaio, le versò in un paiolo, sussurrando parole incomprensibili, aggiunse acqua e altri ingredienti che velocemente e con maestria prese da barattoli polverosi della credenza; poi accese il fuoco e rimestando continuamente, davanti ad esso intonò gli antichi canti dimenticati. Il buio della notte avvolgeva ormai la capanna, rotto solo dal crepitio e dalle fiammelle del fuoco del camino. La voce dell'Anziana aumentava d'intensità e Desirèe era incantata e dopo alcuni momenti sentì irrefrenabile il desiderio di unirsi al canto dell'Anziana, prima timidamente, poi con maggiore confidenza e piacere. Questo cantare ritmico, a voce spiegata, prese Desirée con tale intensità, che la ragazza si sentì trasportata altrove, come in un mondo altro; si accorse solo allora di aver lasciato cadere a terra il velo che teneva sempre, che la proteggeva e la imprigionava, ma la cosa ormai non importava più; l'Anziana pareva ora una figura immensa nella penombra, terribile e benevola, che si volgeva verso di lei con una tazza fumante e la invitava a bere e a spalmarsi con la bevanda calda viso, testa, collo. Desirèe nel farlo sentì un forte bruciore alla gola, alla pelle, agli occhi, ma fu invitata a continuare, affrontando quel dolore; e poi lacrime abbondanti sgorgarono e singhiozzò continuando a spalmarsi, mentre l'Anziana la accarezzava con delicatezza e dolcezza, sostenendola. Dopo un tempo di pianto che le parve eterno, Desirée era esausta e presa in braccio (così le sembrò) dall'Anziana si addormentò profondamente su un letto profumato di lavanda.Il sole entrava dalle fessure, gli uccelli cantavano, l'aria fresca, e Desirée aprì gli occhi: era sola nella capanna, del cibo sul tavolo, un biglietto e vicino ad esso una vaso con una piantina, intorno diversi specchi. Con una certa apprensione Desirée si alzò e rimase stupefatta: Il suo viso riflesso era di una bellezza radiosa, la sua malattia se ne era andata, non lasciando che una traccia all'angolo degli occhi, e lei si sentiva rinata! Divorò il suo cibo e lesse con gratitudine il biglietto che diceva: "Non aspettarmi, torna alla tua casa; puliscila e falla tornar brillante; questa piantina curala e ti aiuterà a non dimenticare che tu sei Desirée - Desiderata".Con le lacrime agli occhi la giovane donna tornò a casa: ritrovò nel bel mezzo dei suoi giorni, fino alla fine della vita, la bellezza che aveva perduta, la gioia del canto antico e il suo nome amato.
09:06
Scritto da : sallucius
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18/12/2009
a me fraterno sconosciuto
Mi ricordo perfettamente la prima volta che ho letto Martin Buber. Era pomeriggio, stavo sdraiato sull’amaca, là in Minas Gerais Man mano che leggevo il libro Io-tu grande gioia mi invadeva. Infatti le parole di Buber stavano illuminando il mio mondo interiore. Mi riconoscevo in quello che lui diceva. Io ho capito ciò che prima stavo vivendo senza capire. Provo a spiegare raccontando ciò che mi è accaduto un giorno. Stavo passeggiando, assorto nei miei pensieri, quando mi ha sorpreso con un assalto frontale un’esplosione di fiori: un ipê rosa [ ipê è un albero dai fiori di un colore acceso e delicato allo stesso tempo, quasi fosforescente. ndr. ]. Stupore, quasi spavento! M’è venuta una sùbita voglia di abbracciare quell’albero, mangiare i suoi fiori! Ero riconoscente verso la natura così meravigliosa, sacra! Eppure molte persone erano passate di lì o stavano passando o sarebbero passate più tardi senza provare il minimo stupore. So di una donna che odiava a morte il mansueto e meraviglioso ipê giallo che c’era davanti a casa sua. L’odiava perché “i fiori sporcano il suolo”. Suolo di fiori gialli, d’oro, che dovrebbero restare lì! Fiori che c’è da togliersi le scarpe e camminare a piedi scalzi su quel tappeto! Ma la donna non vedeva con gli occhi. Vedeva con la scopa. Vedeva spazzatura. Adesso spiego Buber. Per Buber le cose, gli alberi, gli animali, le persone non sono cose, alberi, animali, persone in se stessi. Ma sono quello che sono a partire dalla relazione che stabiliamo con essi. Per la donna della scopa l’ipê giallo era un oggetto inerte, senza mistero. Per me gli ipê sono uno stupore: bellezza, gioia, rivelazione del mistero dell’universo. C’è un tipo di relazione che trasforma tutto in oggetti morti. Una donna si trasforma in oggetto per l’uomo che la usa al fine di provare piacere. Un uomo si trasforma in oggetto per la donna che lo usa al fine di ottenere status o sicurezza. Un bambino si trasforma in oggetto quando i suoi genitori lo manipolano per realizzare i propri sogni. Per un professore che pensa soltanto a terminare l’intero programma scolastico tutti gli alunni sono oggetti. Per chi corre dietro ai miracoli Dio è un oggetto che fa miracoli. L’elettore è un oggetto che il politico usa per ottenere il potere. Un ammalato può essere, per il medico, un “organismo affetto da malattia” e nulla più (oh, la scena di professori e universitari intorno a un malato del quale non sanno niente, neppure il nome, in una sala di ospedale! Lì non c’è un essere umano, ma un “caso interessante” ). Buber ha dato a questo tipo di relazione il nome di “io-esso”. Toccate dalla relazione io-esso , tutte le realtà – siano esse cose, animali, persone, alberi, Dio stesso – tutte si trasformano in oggetti : io le uso per ottenere i miei propositi. Io sono il centro del mondo. Tutto quello che mi circonda è ridotto a ferramenta per i miei interessi. Quando invece i miei occhi sono aperti per cogliere lo stupore e il mistero delle realtà che mi circondano, io trattengo la mia mano. Non riduco le realtà a meri utensili. Tutti riconosco come miei compagni – non importa se si tratta di un ipê fiorito, o un cagnolino, una poesia, un bambino che vuole lavare il parabrezza della mia auto al semaforo Buber a questo tipo di relazione ha dato il nome di “io-tu”. Le nostre scuole sono programmate come “catene di montaggio”: i bambini sono “oggetti” che vengono “formati” secondo certe norme a loro esterne. Alla fine, più che “maturità” c’è “conclusione dell’assemblaggio”: gli studenti sono carichi di saperi, centinaia, migliaia, tutti uguali. Appartengono al mondo dell’ io-esso. Invece nella relazione io-tu ogni bambino è unico – per il fatto che è un compagno nella mia vita, compagno irrepetibile, non ce ne sarà un altro uguale. Nel mondo dell’ io-esso si usa il potere perché si vuole manipolare un oggetto. Nel mondo dell’ io-tu non si ricorre mai al potere perché si vuole accogliere dentro di sé ciò che sta innanzi. Il segreto della scuola dei miei sogni non sta nelle ricette dei princìpi pedagogici, ma nell’ipê fiorito. Sta nell’abbandono dell’uso del potere e della manipolazione. Immaginate una scuola dove non c’è direttore: tutti i professori sono direttori, nel senso che non c’è chi prenda decisioni finali; i “direttori” non vogliono usare il potere per far valere le proprie idee; le decisioni sono tutte condivise. Una scuola dove i professori non valgono più degli alunni. Dove i professori non danno ordini e gli alunni ubbidiscono. Qual è la ricetta? Non esiste. Come non c’è una ricetta per far fiorire l’ipê. O, come diceva Angelo Silesius:
Rubem Alves
14:22
Scritto da : sallucius
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15/12/2009
siamo tutti migranti
Siamo tutti migranti. Stiamo permanentemente abbandonando una terra per trasferirci altrove. Siamo migranti quando lasciamo i vecchi schemi e le vecchie abitudini per aprirci a nuove circostanze di vita. Un matrimonio, una separazione, la morte di una persona cara, un viaggio non da turisti, persino la lettura di un libro sono delle migrazioni interiori. Poi c'è la migrazione di chi lascia la madre terra per vivere altrove: una volta gli uccelli, oggi gli uomini. Ogni migrazione esteriore a poco a poco diventa anche interiore. Gli ostacoli possono trasformarsi in occasione di crescita. E' un processo lungo e doloroso. Chi sono? Sono tutti i miei personaggi ("Madame Bovary c'est moi!" diceva Flaubert). Tutte le mie storie hanno qualcosa di me e nascono probabilmente dai miei conflitti interni. Le mie origini sono portoghesi, da parte della famiglia di mio padre, e tedesche (prussiane) da parte di mia madre. Ho vissuto l'infanzia, la mia vera patria, in Brasile; penso che il mio italiano sarà sempre un po' lusofonico. Se sono arrivata a destinazione? Fortunatamente no. Solo nel momento della mia morte potrò dire di esserci arrivata. E anche allora penso che inizierò un nuovo viaggio
20:29
Scritto da : sallucius
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